Come sarebbe avere tutti i bellissimi strumenti che abbiamo a dispozione, connessioni velocissime, una copertura Wi-fi capillare e nulla da vedere?
Come faremmo senza le collezioni di PlayBoy.com, senza Facebook, senza le versioni on line di Repubblica e del NYTimes, senza la Biblioteca del Congresso in rete?
Staremmo come degli stolti a guardare uno schermo vuoto che lampeggia, qualsiasi fossero le sue dimensioni e l’apparecchio di appartenenza.
Josh Chasin di Metric Insider, cita da un articolo di Business Week (A Pricing Revolution Looms in Online Advertising) “WSJ.com chiede 64 Usd per mostrare un banner a 1.000 utenti. Cosa succederebbe se il mercato trovasse nuove strade e nuovi siti per raggiungere gli stessi utenti con annunci che costano molto meno, anche sino al 95% in meno?”
E il suo commento è: Cosa succederebbe se trasformassimo il mondo dell’advertising in una commodity per cui non importa il contesto all’interno del quale si raggiunge il pubblico ma conta che sia il contesto più economico?
Se così fosse, il mezzo diventerebbe irrilevante e, a seguire questa logica, la grande parte del denaro che ha finanziato la creazione di contenuti sparirebbe. Se diventasse non economico ESSERE il Wall Street Journal ondine, non ci sarebbe un altro luogo nel quale raggiungere la sua audience con la stessa modalità.”
Come non concordare su questo punto?
La maggior parte del contenuto che condividiamo, che ci ispira, che ci fa discutere viene dal vecchio mondo offline.
Prestate attenzione a quanti articoli di quotidiani sono condivisi su Facebook, ogni giorno, quanti show televisivi sono postati su YouTube e quanto è costato produrli e trasmetterli.
Se facciamo l’errore di passare da “Il contenuto conta” a Il prezzo comanda”, potremmo presto rimanere senza contenuti di qualità e posizionare la propria comunicazione in un contesto di bassa qualità è una strada senza uscita.
Questo grafico di David Armano, che raffigura il passaggio fondamentale per chiunque affronti lo sterminato mare della comunicazione con il Web 2.0, mi ha fatto riflettere su alcuni punti che ritengo siano imprescindibili per l’utilizzo del Web sotto forma di blog, social media, forum e su alcune distorsioni.
Lo strumento Web 2.0 è diventato top of mind per le aziende e per le agenzie.
Entrambe vedono nel Web 2.0, e nelle sue future evoluzioni, un sacro graal in grado di risolvere i problemi di comunicazione, le prime, e i problemi di invecchiamento delle forme di pubblicità e di erosione dei profitti, le seconde.
La crisi economica ha accentuato questa attribuzione di valore.
Così si rischia di perdere il valore delle attività che possono svilupparsi in rete, rendendole tattiche e non strategiche:
- facciamo una pagina su Facebook
- apriamo un blog istituzionale
- mettiamo dei video su YouTube
Perchè? Quale funzione si attribuisce a queste attività?
Se la risposta è perchè lo fanno gli altri, allora abbiamo un problema.
Se la risposta è invece integrata in un processo di strategia di comunicazione, allora la strada è giusta.
Le tre attività elencate sopra, elencate perchè, ad esempio, oggi non avere una pagina su Facebook è come non avere il motorino a 14 anni o il cellulare: tutti ce l’hanno!!, sono solo una piccola parte di tutto ciò che si può sviluppare in rete.
Quindi:
- non fermiamoci alla superficie: c’è altro oltre Facebook, utilissimo ma non unico strumento
- chiediamo senza timore: la condivisione è uno dei pilastri del web 2.0
- sperimentiamo: è un mondo nuovo nel quale l’esperienza diretta è migliore di tanti libri
- siamo strategici: non esiste attività di successo se non è integrata in una strategia
- siamo realistici sugli obiettivi: non chiediamo a queste attività di aumentarci le vendite in modo immediato perchè non fanno questo. Lavorano sulla percezione a medio e lungo termine del marchio e del prodotto e, quindi, contribuiranno alle vendite a medio e lungo termine
- siamo realistici sui noi stessi: dove siamo? come ci vedono?



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